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Il mio intervento per il XXV aprile

By 25/04/2016Agosto 29th, 2020No Comments

liber

E’ il mio primo discorso da sindaco per la Festa della Liberazione, quindi mi scuserete per un po’ di emozione che cercherò di superare, come ho fatto in altre circostanze parlando delle vicende che conosco, delle vicende della mia famiglia, che fu una famiglia normale, non impegnata politicamente.

Un mio nonno era andato a fare il colono in Eritrea, all’inizio della guerra e fu fatto prigioniero dagli inglesi. Un fratello di mia nonna da militare fu ferito in Sicilia e perse un occhio.

Una mia nonna e un altro suo fratello invece furono tra quelli che vissero da giovanissimi il periodo fascista e l’inizio della guerra: balilla, giovani fascisti e così via, trascinati da un sistema che controllava tutto, che dettava le opinioni attraverso una informazione senza contraddittorio ed una propaganda incessante.

Vi sono molti film che raccontano bene com’era la vita dei nostri nonni e bisnonni durante gli anni del fascismo, gli anni trenta del secolo scorso. Ne cito uno tra tutti: “Una giornata particolare” per la regia di Scola, con la Loren e Mastroianni, che è stato riproposto di recente in occasione della scomparsa di Ettore Scola.

Il film, che consiglio a chi non l’ha ancora visto, racconta una giornata in un grande condominio di Roma che si svuota quasi completamente perché tutti, di ogni età, con entusiasmo vero o simulato vanno a fare da spettatori alle manifestazioni in occasione della visita di Hitler.

I protagonisti del film, tra i quali appunti i due principali interpretati da Sophia Loren e da Marcello Mastroianni, sono ovviamente due adulti e la narrazione mostra le contraddizioni, gli opportunismi, le ipocrisie.

I più giovani invece, gli adolescenti e i ragazzi, vissero quel periodo di forzato inquadramento in un consenso generalizzato come un gioco.

E’ questo che mi è stato raccontato da mia nonna e da miei prozii. Ma il gioco, l’entusiasmo cominciò ad interrompersi quando cominciarono le persecuzioni razziali. Nei racconti di famiglia c’è la vicenda di un vicino di casa, un bottegaio come i miei bisnonni, una persona rispettata e stimata, improvvisamente diventata come molti altri solo in quanto di religione ebraica un nemico, un pericolo pubblico a cui l’autorità sottraeva la possibilità di lavorare, i beni,la dignità e infine la vita.

La disillusione dei giovani di quegli anni lontani si incrinò sempre più diventando distacco e infine ostilità di fronte agli insuccessi militari, al contrasto tra la tracotanza della propaganda di regime e la realtà della disorganizzazione e delle disfatte.

E poi la resa, l’occupazione tedesca con le crescenti violenze dell’esercito nazista e delle squadracce repubblichine. E i bombardamenti aerei, la fuga dalle città, il cibo razionato, altre violenze e soprusi.

In questo quadro nasce l’ammirazione per i nuovi eroi, per quelli che resistono all’occupazione nazifascista; quelli che per convinzione, per sottrarsi alle deportazioni, per rivalsa verso le incarcerazione e le uccisioni resistono nascosti nelle città o vanno sulle montagne.

Sono questi nuovi eroi, soprattutto i più determinati tra loro, quelli che con maggior coerenza e determinazione si opposero al fascismo e infine all’occupazione nazifascista che hanno traghettato l’Italia provata dal ventennio e dalla guerra verso l’Italia di quella costituzione repubblicana che al di là delle modifiche avvenute o in corso rappresenta ancora oggi un solido riferimento ideale.

Oltre ai giovani che, come mia nonna, vissero quei drammatici giorni, vissero quei passaggi epocali e ne fecero il riferimento per quello che venne dopo, vorrei ricordare un giovane che per i valori della Resistenza diede la vita e che anche oggi abbiamo ricordato ponendo dei fiori sulla sua tomba: Arcide Cristei, nato a Segrate il 9 gennaio 1925 e morto da partigiano, in alta Valtaleggio nella bergamasca il 16 agosto 1944 a soli diciannove anni.

La storia di Arcide Cristei è stata raccontata dalla cugina Carla Cristei ed è stata riportata più volte su Segrate Oggi.

L’ho riletta e vorrei invitare tutti a farlo; mi ha colpito un aspetto della narrazione dei suoi ultimi giorni. Morì disarmato.

Era andato insieme a due compagni a procurare dei viveri per il gruppo partigiano cui si era aggregato, l’86^ Brigata Garibaldi ed era ben accolto dai contadini che lo sostenevano e lo aiutavano anche perché si presentava loro sempre disarmato in modo da essere inequivocabilmente amichevole.

Nel ritorno alla base della Brigata cadde in una sorta di imboscata; gli altri due ragazzi furono feriti ma Arcide fu colpito a morte.

Morì disarmato.

La sua fu una vita brevissima ma che è bello ricordare e portare ancora oggi come un esempio del quale la nostra città deve portare caro il ricordo.

Pensando ad Arcide e ai ragazzi che come lui diedero la vita perché volevano un futuro migliore voglio dire con convinzione:

“Viva la Resistenza, viva l’Italia”.

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